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Buongiorno.

E mi rispondo da sola come mi risponderebbe il mio vecchio datore di lavoro: “BUONGIORNO UN CAZZO”.

Se potessi uscirei da quella porta e andrei nella campagna circostante, quella selvaggia e incolta, per scattare un po’ di foto e godere dei contrasti tra il verde brillante, il giallo residuo dell’autunno, il marrone scuro della terra e del fango vicino ai canali, il cielo grigio e bianco alternato a sprazzi di azzurro terso.
E l’aria poi, con la pioggia della notte prima che l’ha pulita, arriverebbe dritta ai polmoni in folate di vento ancora non troppo freddo.
L’unica cosa che invece vedo  è il giallino ocra di tre pareti (perché una ce l’ho dietro le spalle) che tenta inutilmente di rendere meno opprimente il marrone/nero del mobilio da ufficio, due finestre che filtrano la luce del sole costretta a riflettersi sul pavimento passando attraverso lo spazio concesso da una sobria coppia di inferriate, un orologio da muro che ancora si salva dall’ora solare, due piantine grasse che sembrano resistere al mio “pollice nero”, una bustina quasi finita delle mie ormai inseparabili bacche di Goji che mi restituiscono un po’ di energia andata e soprattutto mi danno l’illusione di spizzicare qualcosa che mi riempia lo stomaco inducendomi a mangiare di meno – teoria ovviamente smontata dalla pratica che mi vede arrivare famelica all’ora di pranzo – però l’energia la forniscono sul serio.

Perché la verità è che IO sono stanca e il mio ufficio non lo sospetta.