Mi guarda, ha gli occhi insopportabilmente curiosi.
Sono abituato agli sguardi della gente di passaggio, quegli sguardi pietosi e caritatevoli che spesso nascondono schifo e paura.
Alcuni accennano mezzo sorriso, ma appena mi avvicino si scansano fingendo improvviso interesse per qualcos’altro – ieri uno è caduto per l’enfasi della recitazione – oppure inscenando una conversazione telefonica. Bravi attori.
So di non avere vestiti firmati, già è tanto averne di vestiti, e magari non riesco a lavarmi tutte le settimane, ma non obbligo nessuno alla mia compagnia, dunque che si scansino pure.
Mi guarda ancora, non cerca di evitarmi.
Forse fa parte di quelli che cercano di pulirsi la coscienza offrendomi cibo o coperte?
Mi sta innervosendo.
Eccola che si avvicina, ora inizia.
“Scusi, posso chiederle una cosa?” – Già me l’hai chiesta, vorrei risponderle, mi limito invece a rivolgere lo sguardo altrove sperando che anche lei come gli altri creda che io sia fuori di testa.
“Volevo solo chiederle se ha scritto lei tutte quelle formule matematiche sui fogli che ha nella valigetta. La vedo spesso qui alla posta, a chiedere penne e fogli per scrivere. E’ quello che scrive in continuazione? Formule?”. Ecco, lo sapevo, è solo una che non si fa i cazzi suoi.
Fingo indifferenza sperando che tamburellare con il piede, contribuisca a dare di me l’idea di un folle. Magari la finisce con le domande.
“Allora? Non le va di rispondermi?”
No, non mi va di risponderti, non ho un dialogo normale con qualcuno da quando vivo sotto questo porticato, e dopo tanti anni, alla mia età, non ne sento la mancanza.
Credi che per sopravvivere in strada, sia opportuno dialogare col prossimo? Ci ho messo dieci anni a capire che farmi i fatti miei può salvarmi la vita, e altrettanti anni ho impiegato a costruirmi questo scudo di finta follia, una garanzia.
Ancora ha lo sguardo di chi spera in una risposta.
“Io vorrei solo fare due chiacchiere con lei, per conoscerla, e magari sapere se posso aiutarla in qualche modo. So che mi capisce, sento quando gli impiegati agli sportelli scherzano con lei e la prendono amichevolmente in giro, lei non risponde e parla da solo ma quando si mette a scrivere su quei fogli, io vedo che il suo atteggiamento cambia. So che mi sta ascoltando”
Perfetto, mi spia.
Ma cosa pretende che le dica, cosa vuole da me, che le racconti la mia vita per darle modo di compatirmi?
Ho settant’anni, vivo in questo cortile da dieci, e faccio finta di parlare da solo così la gente come te non mi rompe le palle con domande a cui non voglio rispondere.
Basta. Ora la fisserò negli occhi cercando di intimidirla.
Nulla. Sorride come se ci credesse davvero a quello che dice.
Si siede vicino a me, questo no, non posso sopportarlo.
“Vattene per cortesia.” Cerco di avvisarla nascondendo l’agitazione e il nervosismo.
“La prego, vorrei solo fare amicizia con lei, non intendo disturbarla, mi dia modo di fare qualcosa per lei se posso”.
“Ho detto: Vai via! Lasciami stare! Non ho bisogno di niente e soprattutto non voglio la tua compassione! Vai ad aiutare qualcun altro!”
Stavolta se ne va, me lo sento.
“E’ molto tempo che la vedo qui intorno, da quanto vive per strada?”
Stupida ragazza. Voglio starmene in pace, forse con poche risposte te ne andrai.
“Vivo su questo marciapiede da 10 anni, contenta? Ora vattene”
“E come mai scrive continuamente formule su quel quaderno?
“Perché mi va.”
“Su serio, come mai le formule matematiche?”
“Senti, ti racconterò di me solo quello che voglio, e poi te ne andrai. Sono (ero) un professore di matematica. Tengo in allenamento il cervello”.
“E quanti anni ha?”
“Settanta.”
“Dunque dovrebbe essere in pensione. Come mai invece vive qui, parlando da solo per sembrare pazzo? Non ha famiglia?”
“Si, DUNQUE dovrei essere in pensione, ma non sono un pensionato”.
“Cosa le è capitato? A me può dirlo, lei non mi crederà ma io voglio davvero aiutarla.”
“E’ capitato che circa dieci anni fa è morta l’unica persona che costituiva la mia famiglia, mia moglie. Non ha senso godersi una pensione se non puoi passare la tua vita con chi ami. Nulla ha avuto più un senso per me. Ho scelto di allontanarmi da ogni cosa che avrei potuto vivere con lei.”
“Mi dispiace tantissimo, davvero. Ma non può almeno vivere sotto un tetto?”
“No. La strada riesce ad assecondare mia solitudine, non devo combatterla e posso viverla, e la follia è un ottimo alibi per essere lasciato in pace.”
“Credo di capirla. Non posso capire le sue scelte, ma posso intuire le sue ragioni.”
“Bene, ora posso tornare al mio passatempo?”
“A malincuore le dico di si, devo anche rientrare in ufficio prima che qualcuno si accorga del tempo che è passato. Però mi deve concedere di aiutarla con qualcosa, posso darle dei soldi per comprare da mangiare e qualche vestito o coperta, oppure posso portarle direttamente cibo e vestiti, scelga lei.”
“Non accetterò nulla. Sei la prima che si è fermata a parlarmi in tanti anni, è stata un esperienza strana e snervante, ma ho passato una mezz’ora diversa dal solito. Va bene così.”
“Allora mi vedo costretta ad improvvisare. Ci vediamo domani”
Niente, non ascolta proprio, è spiazzante.
Domani le dirò che è assillante.

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