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Il giorno in cui non nacqui, era un lunedì di giugno e lo ricordo perché faceva caldo, che allora le mezze stagioni esistevano ancora ed era finita già la Primavera.
Capitavo dunque nel mese dei Gemelli e la cosa avrà sicuramente influito sulla vicenda tutta, perché si sa che noi Gemelli siamo strani e soprattutto non ci piacciono le cose semplici.
Del giorno in cui non nacqui ricordo l’ospedale e l’odore di disinfettante misto al sudore di mia madre che stava spingendo come una disperata da oltre cinque ore nella speranza di vedermi presto, e ricordo ogni tanto un camice blu che si intravedeva da quella luce intermittente.
Ad ogni spinta mi tiravo indietro, sentivo le incitazioni dell’ostetrica e le imprecazioni di mia madre ma continuavo ad aggrapparmi a qualsiasi appiglio utile potessi trovare, tanto dubito che nel dolore generale lei potesse accorgersene e in tutta sincerità ne approfittavo, un po’ come cantare a squarciagola quando il treno passa in galleria che così non ti sente nessuno.
Mi stavano quasi per lussare una spalla quando decisi di farmi sentire.
Che io mi fossi già staccato dal cordone materno non se ne era accorto nessuno, era dunque ora di svelare al mondo esterno i miei piani per il futuro, facendo quello che al momento mi parve più naturale possibile: piansi.
Ricordo all’improvviso l’urlo dell’ostetrica e una contrazione fortissima, diversa,  di mia madre che a ripensarci ora sicuramente fu istintiva paura. Poi fu silenzio e sgomento. Poi fu di nuovo pianto. Poi qualcuno cercò di afferrarmi e di nuovo piansi tirandomi indietro.
Avvertivo sconcerto e incredulità, mia madre singhiozzava e le contrazioni erano stranamente passate, era arrivato il momento di parlare.
Credo di aver imparato a parlare intorno al secondo mese, prima erano solo sillabe e piccoli versi, col passare dei giorni acquisivo una certa dimestichezza nell’ascolto di conversazioni e film, oltre che precisi gusti musicali che poi avrei sviluppato più in là.
Quella sceneggiata non poteva andare oltre: Ehi! Posso parlare col dottor Filippi?
Il dottor Filippi svenne, mia madre svenne, l’ostetrica balzò all’indietro spaventata, come esordio non c’era male. Continuai a chiamare qualcuno finché il dottore rinvenuto si accostò alle gambe spalancate di mia madre e chiese balbettando: c..c..chi c’è l..lì?
A pieni polmoni risposi: Chi vuole che ci sia, mi scusi? Sono Nicola, quello che dovrebbe nascere!
“Ma non è possibile!” rispose il dottor Filippi sempre più sconcertato ed impaurito.
Improvvisamente l’intera equipe medica del reparto maternità, arrivò in sala parto e io sono convinto che per mia madre non deve essere stato un bel momento, sdraiata lì ancora stremata dallo sforzo, a mostrare al mondo quello che nemmeno lei ancora realizzava.
Iniziarono tutti a chiedermi chi fossi, come facessi a parlare, come mi sentissi…risposi ad ogni domanda per soddisfare la loro curiosità, fino a quando sentii mia madre chiedermi “perché non vuoi uscire?”
Credo di essermi sentito in colpa per un attimo, ma ho risposto con onestà perché lo dovevo a questa donna che tanto aveva tribolato per arrivare a quel momento.
“Io ho paura, mamma”.
Mia madre cercò di tranquillizzarmi immediatamente, facendosi forza per convincermi che era normale avere paura ma che alla fine sarebbe stata la cosa più naturale del mondo e io mi sarei trovato benissimo con la mia famiglia.
Mi disse che mi voleva bene e che non vedeva l’ora di tenermi in braccio. Le risposi che questo fatto di tenermi in braccio faceva parte di tutta una serie di complicazioni che avrei voluto evitare , non volevo dipendere passivamente da qualcuno, essendo in grado di badare a me stesso già da qualche mese, ma stando a quanto sentivo dalla televisione e dai discorsi, il mondo non era pronto per uno come me. Tanto valeva evitare dispiaceri e restare esattamente dove ero.
“Mamma, possiamo comunque stare insieme, io da qui posso interagire con te, e con le nuove ecografie in 3D potrai vedermi quando vuoi.
Mia madre non sapeva cosa rispondermi e i medici si stavano già consultando per praticarle un cesareo e farmi nascere contro la mia volontà.
“Vi ho sentito. Dottor Filippi, non mi costringa a chiedere di fornirmi un avvocato per tutelare i miei diritti. Ho ascoltato tanti TG nazionali, lo sa bene che i giornalisti non vedrebbero l’ora di trattare questo come un caso mediatico, non sarebbe affatto producente per il suo ospedale essere accusato di violazione dei diritti umani, non crede?”
Il dottor Filippi sussurrò ai colleghi che forse avevo ragione, e che, si, avrebbero dovuto trovare una soluzione in qualche modo.
Mia madre nel frattempo le tentò tutte, ma io la pregai di lasciarmi dov’ero, al sicuro, e di amarmi ugualmente come io amavo lei.
Decise così di lasciarmi nella sua pancia e nel giro di due giorni fu dimessa.
Ovviamente quando dovette raccontare a mio padre tutta la storia, ci fu un altro svenimento con conseguente incredulità e costernazione, ma nemmeno lui riuscì a dissuadermi dalle mie convinzioni.
Era ufficiale, dunque: non sarei uscito da lì, quella era casa mia.

(Continua)

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