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Ah, ricordo quella sera in cui, trascinata dal moderno logorio del post traffico e impadronitami egoisticamente del pc con annesso plaid e tisana,  pensai di stalkerare me stessa.
Stalkerare sé stessi non è impresa facile.
Prima di tutto ci si deve rintracciare, orientarsi tra profili social più o meno identitari richiede pazienza e spirito di abnegazione nonché di pronta rassegnazione nel caso non ci si trovasse.
Una volta trovati(ci) – perché alla fine siamo tutti rintracciabili e illudersi del contrario è filosoficamente pari ad una bolla di sapone – bisogna inviarsi una richiesta di amicizia motivandola con la propria ricerca interiore, e sperare di abboccare.
Quando ormai l’amicizia sarà stretta – perché non c’è nulla di più intrigante che conoscere la propria testa sperando di entrarci in confidenza  – si tenterà un approccio dapprima formale, per spingersi col passare del tempo al livello successivo: il leggero importunio.
Da lì è un percorso tutto in discesa, fatto di costanza e determinazione a scassarsi le palle ed insinuarsi nella propria vita.
Ora, io non so voi ma nessuno mi ha mai importunata così tanto come me stessa.
Ho tentato diversi tipi di autodifesa, dal tono garbato alla minaccia di denunciarmi, ma nulla, non mi sono intimorita e ho continuato allegramente a stalkerarmi.
Poi un giorno è finita.
Non mi sono più arrivati miei messaggi, non mi sono più insultata, non mi sono più invasa le giornate. Tutto finito.
Nuovamente inghiottita dal traffico del Raccordo, sono tornata libera.

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